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Alzheimer, scoperta molecola che blocca la malattia. Lo studio effettuato da ricercatori italiani:

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Un team di ricerca italiano coordinato da scienziati della Fondazione EBRI (acronimo di European Brain Research Institute) ‘Rita Levi-Montalcini‘ ha scoperto una molecola che riesce a bloccare il morbo di Alzheimer nelle prime fasi iniziali.
Si tratta di un anticorpo chiamato scFvA13-KDEL ( o meno complicato chiamarlo A13), questo aiuta nel ringiovanimento delle cellule celebrali, aiutando la neurogenesi ( cioè la produzione di neuroni che contrasta appunto questo genere di malattie neurogenerative).

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La sperimentazione è stata attualmente effettuata solo in laboratorio su dei topi, geneticamente modificati, questo potrebbe portare ottimi risultati sulla ricerca umana, lasciando ampio spazio a nuove cure e trattamenti del morbo di Alzheimer. Attualmente nel mondo sono colpite 47milioni di persone e si stima che entro il 2050 ci saranno 115milioni di malati.

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L’istituto che ha seguito la ricerca porta il nome di ‘Rita Levi-Montalcini‘, fu proprio la famosa neurologa vincitrice del premio Nobel per la Medicina nel 1986 a volerlo istituire.
Alla ricerca hanno collaborato anche il Dipartimento di Scienze dell’Università Roma Tre, l’Istituto di Biologia Cellulare e Neurobiologia di Roma del CNR e Fondazione IRCSS Santa Lucia e della Scuola Normale Superiore di Pisa.

Il team coordinato dagli scienziati Giovanni Meli, Raffaella Scardigli e Antonino Cattaneo hanno lavorato appunto su alcuni esemplari di topi transgenici a cui è stato iniettato l’anticorpo scFvA13-KDEL. I topi avevano all’incirca un mese e mezzo di età, questa è considerata una fase della loro vita che precede l’accumulo delle proteine di beta amiloide e il processo di neurodegenerazione. Gli scienziati hanno osservato che la neurogenesi di questi animali dopo aver effettuato iniettato la molecola è tornata a livelli quasi normali. Ma come funziona esattamente questa proteina?

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Essa riesce ad eliminare tutte le tossine prodotte dalle proteine di beta amiloide che sono legate alla neurogenerazione. Questa ricerca ha dato risultati soddisfacenti, ma come abbiamo scritto, al momento solo sui topi. Quindi la strada è ancora lunga prima di arrivare a cure sull’uomo, ma le prospettive sono positive. La ricerca è stata pubblicata su Nature Cell Death and Differentiation.

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