Risolto il mistero della “mummia verde” di Bologna

Un importante passo in avanti nella risoluzione del mistero della “mummia verde” di Bologna  – uno scheletro umano caratterizzato da un’ampia colorazione verde e una parziale mummificazione – è stato effettuato grazie ad uno studio scientifico guidato da una ricercatrice dell’Università di Roma Tor Vergata. La mummia era stata rinvenuta all’interno di una cista in lega di rame. Questa scoperta, avvenuta nel seminterrato di un’antica villa, ha rivelato affascinanti insight sui processi di conservazione post-mortem e i materiali coinvolti:

Dettagli della ricerca:

Lo scheletro, datato tra il 1617 e il 1814 d.C., apparteneva a un giovane maschio di età compresa tra 12 e 14 anni. Era disteso in posizione fetale all’interno di un contenitore metallico, composto principalmente di rame, che presentava segni di corrosione. I resti mostrano una conservazione eccezionale, con il corpo in gran parte mummificato e interamente verde, eccetto per una gamba mancante. Per comprendere i processi diagenetici che hanno preservato questi resti, è stata adottata una metodologia analitica multidisciplinare. Le tecniche utilizzate hanno incluso:

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  • Spettroscopia Infrarossa a Trasformata di Fourier (FTIR)
  • Spettroscopia Raman
  • Microscopia Elettronica a Scansione con Spettroscopia a Raggi X a Dispersione di Energia (SEM-EDS)

Queste tecnologie sono state impiegate su campioni di ossa e pelle, colorati e non, per analizzarne la composizione organica e inorganica, identificarne i prodotti di corrosione ed esaminare l’impatto del contenitore in rame sulla conservazione. La diagenesi è un processo complesso che comprende trasformazioni fisiche, chimiche e biologiche che avvengono nei resti umani dopo la morte. Fattori come pH, temperatura e umidità sono cruciali nel determinare il grado di conservazione. La matrice ossea è composta da:

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  • Collagene di tipo I (componente organica)
  • Bioapatite (componente minerale)

Questi elementi subiscono vari cambiamenti, con il collagene che degrada e la bioapatite che può dissolversi o cristallizzarsi. I risultati degli esami di laboratorio hanno mostrato che gli ioni di rame rilasciati dal contenitore hanno sostituito il calcio presente nelle ossa, conferendo loro una colorazione verde e rinforzando la matrice ossea. Inoltre, il rame ha svolto un ruolo antimicrobico, proteggendo i tessuti dalla degradazione da parte di muffe e batteri. Col passare del tempo, però, il sarcofago ha iniziato a corrodere, permettendo la fuoriuscita di fluidi corporei che hanno reagito con i composti di rame, intensificando la colorazione verdastra del corpo. Gli acidi rilasciati dai tessuti molli hanno ulteriormente contribuito alla corrosione del contenitore, formando una patina verde pallido sulla superficie. Nonostante l’ottimo stato di conservazione, le cause della morte di questo giovane rimangono sconosciute, poiché le analisi non hanno rivelato segni di traumi o malattie. La mancanza dei piedi è stata attribuita probabilmente alla rottura del contenitore metallico. Questa scoperta non solo offre un affascinante sguardo sulle tecniche di conservazione post-mortem, ma solleva anche domande sulla vita, la morte e le pratiche funebri nell’Italia del XVII secolo. Gli approfondimenti futuri potrebbero rivelare ulteriori dettagli sulla vita e le condizioni sociali del giovane trovato. Di seguito, riportiamo qui sotto il link alla pubblicazione scientifica:

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