
A volte le “buone notizie” assumono la forma di una pinna che emerge dall’acqua: un avvistamento che suscita stupore e ammirazione per la maestosità dell’animale. Altre volte, però, la realtà è fatta di ami e reti che causano catture accidentali e uccidono esemplari preziosi per l’ecosistema marino. Negli ultimi anni, l’attenzione pubblica sulle acque italiane è aumentata dopo diversi avvistamenti di squali, tra cui esemplari di grande squalo bianco, che hanno provocato reazioni contrastanti — dalla meraviglia per le immagini diffuse alla rabbia per gli animali rimasti intrappolati nelle attrezzature da pesca. Più che allarmare per la presenza degli squali, bisognerebbe preoccuparsi dell’impatto della pesca sulle loro popolazioni. La pesca accidentale (bycatch), l’uso di reti e di ami non selettivi e la sovrapesca delle prede rappresentano minacce concrete per molte specie di elasmobranchi nel Mediterraneo, un mare già fortemente sovrasfruttato e dalla biodiversità fragile. La perdita di squali può alterare le catene trofiche e il funzionamento degli ecosistemi marini, con effetti a cascata sulla salute complessiva del Mediterraneo. Nell’ambito della Strategia Marina, l’ISPRA svolge un ruolo essenziale nel monitorare e valutare questi impatti. Le attività di ricerca mirano a:
monitorare la presenza e la distribuzione delle specie di squali nelle acque italiane;
caratterizzare gli impatti della pesca — in particolare catture accidentali e mortalità indotta da reti e ami;
raccogliere dati standardizzati per la costituzione di una banca dati nazionale, indispensabile per valutare misure di gestione, come l’introduzione di una taglia minima di sbarco per le specie di squalo commerciali.
Perché una banca dati è fondamentale:
Senza dati affidabili sulle catture, sulle specie coinvolte, sulle dimensioni e sullo stato delle popolazioni, le politiche di conservazione restano inefficaci. Una banca dati consente di stimare l’entità del bycatch, identificare le aree e le pratiche di pesca più impattanti e supportare misure basate sull’evidenza, come limiti di cattura, divieti temporanei o modifiche tecnologiche alle attrezzature per ridurre le catture accidentali.
Cosa si può fare — azioni concrete:
Monitoraggio e reporting obbligatorio delle catture accidentali per tutte le flotte;
Introduzione di attrezzi più selettivi (es. dissuasori, tappi per le reti, ami circolari) e pratiche di pesca a minor impatto;
Zone di tutela e periodi di fermo pesca in aree critiche per la riproduzione e l’alimentazione;
Programmi di sensibilizzazione per pescatori e cittadini sulle specie protette e sulle tecniche di rimozione sicura degli ami;
Supporto alla ricerca scientifica tramite finanziamenti e collaborazione tra istituzioni, università e settore ittico.
Gli squali non sono l’emergenza: l’emergenza è la pressione della pesca che mette a rischio queste specie e, di riflesso, l’equilibrio del Mediterraneo. Interventi mirati, basati su monitoraggio rigoroso e su dati condivisi — come quelli cui sta lavorando ISPRA — sono necessari per coniugare la protezione della biodiversità marina con un’attività di pesca sostenibile. Solo così le pinne che emergono dall’acqua continueranno a suscitare meraviglia, e non rimorsi per vittime evitabili. A tal proposito, riportiamo qui sotto il link ad un video-approfondimento diffuso sul canale YouTube dell’Ispra:
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