Un nuovo studio riaccende il dibattito sui rischi neurologici legati al football americano professionistico. Secondo la ricerca, pubblicata sul British Medical Journal, tra gli ex giocatori della NFL deceduti tra il 2016 e il 2021 potrebbe essere stata molto diffusa l’encefalopatia traumatica cronica, conosciuta con l’acronimo CTE. I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 878 ex giocatori morti nel corso dei sei anni considerati. Di questi, 235 avevano donato il cervello alla ricerca. L’analisi dei tessuti ha evidenziato la presenza di CTE in 215 casi, pari a oltre il 91% dei donatori esaminati. La CTE è una malattia neurodegenerativa associata a colpi ripetuti alla testa. Può provocare disturbi cognitivi, problemi di memoria, alterazioni dell’umore e cambiamenti nel comportamento. Attualmente, la diagnosi certa può essere formulata soltanto dopo la morte, attraverso l’esame del tessuto cerebrale:
C’è anche il rischio di demenza:
Lo studio ha inoltre rilevato una frequente presenza di demenza tra i giocatori che avevano donato il cervello. Secondo l’autore principale della ricerca e professore associato alla Harvard Medical School, gli ex giocatori della NFL presentano un tasso di mortalità per malattie neurodegenerative circa quattro volte superiore a quello della popolazione generale. Gli autori hanno stimato che la prevalenza “minima conservativa” della CTE tra tutti gli ex giocatori morti nel periodo analizzato fosse del 24,5%. La stima massima arriverebbe invece al 97,7%, a seconda delle ipotesi utilizzate nel calcolo. Queste percentuali devono tuttavia essere interpretate con cautela. I giocatori che scelgono di donare il cervello potrebbero non rappresentare l’intera popolazione degli ex atleti:
Perché servono ulteriori studi:
spesso, infatti, la donazione è legata alla presenza di sintomi neurologici o a una particolare preoccupazione per la salute cerebrale. Per questo motivo, il dato relativo ai 215 casi positivi non può essere automaticamente applicato a tutti i giocatori della NFL. Nonostante i limiti, i risultati rafforzano le preoccupazioni sugli effetti a lungo termine degli impatti ripetuti alla testa. I ricercatori hanno quindi invitato la NFL e le organizzazioni sportive di ogni livello a introdurre misure più efficaci per ridurre il numero e la violenza dei colpi subiti dagli atleti. La questione non riguarda soltanto il football professionistico. Anche nei campionati giovanili e amatoriali, sostengono gli esperti, la prevenzione dovrebbe concentrarsi sulla riduzione dei contatti non necessari, sul miglioramento dell’equipaggiamento e sulla gestione tempestiva dei sintomi dopo una commozione cerebrale. Di seguito, riportiamo il link diretto allo studio scientifico di riferimento:
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