Nel 2015, un team internazionale guidato dall’OGS (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale) di Trieste ha portato alla luce un ritrovamento che ha subito acceso la curiosità di archeologi e geologi: un enorme monolite in calcarenite, localizzato sul Banco di Pantelleria Vecchia a circa 40 metri di profondità del Canale di Sicilia. Il blocco, lungo circa 12 metri e con un peso stimato intorno alle 15 tonnellate, si trova in un’area che, fino a circa 9.500 anni fa, era una terra emersa. Poi, come accade per molti tratti del Mediterraneo dopo l’ultima glaciazione, l’innalzamento del livello del mare l’ha sommersa, trasformando ciò che un tempo era “superficie” in un fondale. Dopo l’Ultimo Massimo Glaciale, raggiunto circa 19.000 anni fa, la superficie delle terre emerse in Europa era approssimativamente il 40% maggiore rispetto a quella attuale. Con la progressiva fusione delle grandi calotte glaciali si verificò un rapido innalzamento globale del livello del mare, stimato in circa 125 ± 5 metri. Questa valutazione tiene conto anche degli effetti glacio-idro-isostatici, cioè dei movimenti verticali della crosta terrestre provocati dalla distribuzione delle masse di ghiaccio e d’acqua (Fleming et al., 1998; Mix et al., 2001; Siddall et al., 2003; Lambeck et al., 2004; Clark et al., 2009).
Il Canale di Sicilia e le trasformazioni del paesaggio:
Tra le aree del Mediterraneo centrale maggiormente interessate da questi cambiamenti vi è il Canale di Sicilia. La sua conformazione comprende ampie piattaforme continentali poco profonde, dove l’innalzamento del livello marino produsse effetti particolarmente intensi. Situazioni analoghe si verificarono in alcune zone del Mar Egeo, dell’Adriatico settentrionale e sulle piattaforme marine della Tunisia e di Malta. Dal punto di vista geologico, il Canale di Sicilia appartiene alla piattaforma continentale nordafricana. La maggior parte della sua superficie è caratterizzata da fondali poco profondi, interrotti da tre depressioni orientate in direzione nord-ovest: i graben di Pantelleria, Malta e Linosa. Queste strutture si formarono a partire dal Pliocene inferiore in seguito a processi tettonici distensivi legati all’apertura di fratture nella crosta terrestre (Reuther e Eisbacher, 1985; Boccaletti et al., 1987; Cello, 1987; Civile et al., 2010). La stessa attività tettonica contribuì alla formazione delle isole vulcaniche di Pantelleria e Linosa, oltre che di diversi edifici vulcanici oggi sommersi lungo il margine orientale dell’Altopiano delle Avventure. Quest’area occupa il settore nord-occidentale del Canale di Sicilia. I pozzi realizzati per l’esplorazione petrolifera hanno mostrato la presenza di una sequenza sedimentaria compresa tra il Triassico e il Plio-Quaternario, caratterizzata da numerose interruzioni deposizionali legate a lunghi periodi di emersione e di erosione (Civile et al., 2014). Link video:
L’antica Penisola delle Avventure:
L’Altopiano delle Avventure rappresenta la zona meno profonda dell’intero Canale di Sicilia. La sua superficie è costellata da numerosi banchi isolati, alcuni dei quali si trovano a meno di dieci metri sotto l’attuale livello del mare (Colantoni et al., 1985). Durante l’Ultimo Massimo Glaciale, quando il livello marino era molto più basso di quello odierno, l’altopiano non era sommerso. Faceva infatti parte della Sicilia e costituiva una penisola protesa verso sud nel Canale di Sicilia: la cosiddetta Penisola delle Avventure. La sua estremità meridionale distava meno di 50 chilometri dalla costa nordafricana. L’innalzamento graduale del mare determinò il progressivo allagamento della penisola. Soltanto alcune aree più elevate rimasero emerse, formando almeno fino all’inizio dell’Olocene un arcipelago composto da diverse isole, separate da bracci di mare estremamente bassi. Questa ricostruzione è stata possibile grazie all’analisi di rilievi batimetrici ad alta risoluzione e di profili sismici dettagliati (Lodolo, 2012; Civile et al., 2015). Oggi l’Altopiano delle Avventure è separato dalla Sicilia dal Canale di Mazara del Vallo, profondo circa 120 metri, e dalla Tunisia dal graben di Pantelleria, che raggiunge una profondità di circa 1.300 metri. L’attuale configurazione dei fondali è quindi il risultato dell’interazione tra tettonica, vulcanismo, erosione e variazioni del livello marino.
Il Mediterraneo come spazio di comunicazione:
Il Mediterraneo costituisce un ambiente unico anche dal punto di vista storico e archeologico. Per migliaia di anni il mare ha rappresentato una fondamentale via di comunicazione tra le comunità insediate lungo le sue coste. Le antiche civiltà mediterranee hanno lasciato numerose testimonianze delle loro attività: abitati, strutture produttive, approdi, porti e altre infrastrutture. Alcune di queste strutture si trovano oggi sommerse e possono fornire informazioni preziose per ricostruire l’antica posizione delle coste e comprendere l’impatto delle variazioni del livello marino sugli insediamenti umani (Auriemma e Solinas, 2009). La situazione è però diversa nelle aree di mare basso che oggi si trovano lontane dalle coste. In questi contesti le testimonianze di eventuali insediamenti umani permanenti sono ancora molto rare. La principale ragione è la mancanza di mappature batimetriche dettagliate ed estese. Inoltre, molte strutture sommerse possono essere nascoste da strati sedimentari di spessore variabile, che ne rendono difficile l’individuazione attraverso le tecniche tradizionali.
La scoperta del Banco di Pantelleria Vecchia
In questo contesto si inserisce lo studio del Banco di Pantelleria Vecchia, una formazione sommersa e poco profonda dell’Altopiano delle Avventure, situata circa 40 chilometri a nord dell’isola vulcanica di Pantelleria. La ricerca ha combinato diverse metodologie:
- rilievi batimetrici ad alta risoluzione;
- osservazioni visive subacquee effettuate da sommozzatori;
- analisi di campioni di roccia raccolti in varie zone del banco;
- datazioni al radiocarbonio.
L’integrazione di questi dati ha permesso di identificare una struttura di particolare interesse, caratterizzata da elementi che suggeriscono un’origine antropica. Si tratta di una testimonianza significativa perché potrebbe conservare le tracce di attività umane svolte in un paesaggio oggi completamente sommerso. Il Banco di Pantelleria Vecchia rappresenta dunque un possibile archivio naturale della trasformazione del Canale di Sicilia. La sua analisi consente di ricostruire le fasi attraverso le quali un territorio emerso, parte della Penisola delle Avventure, venne progressivamente frammentato e sommerso dall’innalzamento del mare.
Un patrimonio da esplorare:
Lo studio del Banco di Pantelleria Vecchia amplia la conoscenza dei paesaggi mediterranei scomparsi e offre nuove prospettive per l’archeologia subacquea. Le strutture sommerse non devono essere considerate soltanto come resti isolati, ma come parte di un ambiente più ampio, profondamente modificato dai cambiamenti climatici e geologici. L’area del Canale di Sicilia conserva probabilmente altre testimonianze ancora da individuare. Nuove campagne di mappatura, insieme all’impiego di tecniche geofisiche e a ulteriori analisi dei campioni, potrebbero contribuire a chiarire la funzione, l’età e l’origine della struttura osservata sul Banco di Pantelleria Vecchia. Queste ricerche permettono di comprendere meglio non solo la storia geologica del Mediterraneo, ma anche il rapporto tra le comunità umane e un mare che, nel corso dei millenni, ha continuamente ridisegnato coste, isole e vie di comunicazione. Di seguito, riportiamo il link diretto allo studio scientifico di riferimento:
- Clicca qui per visualizzare la pubblicazione scientifica online: https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S2352409X15300535
#archeologia #storia #italia









