“Vaiolo delle scimmie” tra fake news ed allarmismo eccessivo: cosa è veramente il virus noto da decenni

Nel 2022 i media hanno cominciato a parlare della diffusione di una malattia definita “vaiolo delle scimmie”, scatenando inevitabilmente allerta in tutto il pianeta e inducendo persino le istituzioni a valutare nuove forme di contenimento simili a quelle viste nel drammatico periodo dell’emergenza sanitaria legata al nuovo coronavirus. Tuttavia, sono gli stessi ricercatori ad aver ridimensionato la problematica, ricordando al mondo che questa malattia è ben nota da tempo (da decenni!) e che non rappresenta un rischio elevato per l’umanità. Tuttavia, molti cittadini necessiterebbero di qualche chiarimento dal punto di vista informativo e persino terminologico del termine usato per indicare questo malanno poco conosciuto ai meno esperti: quanto “vaiolo classico” c’è nel “vaiolo delle scimmie”? Anzitutto occorre ricorsare che la famiglia dei Poxviridae (di cui fa parte il classico virus del vaiolo, eradicato e presente solo in alcuni laboratori) comprende due sottofamiglie:

Chordopoxvirinae – virus che infettano i vertebrati
Entomopoxvirinae – virus che infettano gli invertebrati

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Quattro generi di poxvirus possono infettare gli esseri umani: Orthopoxvirus, Parapoxvirus, Yatapoxvirus e Molluscipoxvirus. I più comuni sono il virus del vaccino e del “Mollusco contagioso”, ma infezioni per l’uomo possono provenire anche da alcuni Poxvirus degli animali come, per esempio, dal virus del vaiolo delle scimmie, responsabile di casi che si sono verificati in alcune remote località dell’Africa. Apparteneva a questa famiglia anche il virus del vaiolo e dell’alastrim, malattie ormai eradicate. Tra questi, vi figura il Monkeypox virus (MPV o MPXV) un virus zoonotico a DNA a doppio filamento, appartenente alla famiglia dei Poxviridae e al genere Orthopoxvirus, responsabile del vaiolo delle scimmie. Questo vuol dire che il vaiolo delle scimmie non è una comune varicella ed è imparentato con il “vecchio” vaiolo umano eradicato. Tuttavia, ciò non vuol dire affatto che procuri gli stessi sintomi della temuta malattia che causò milioni di morti nei secoli scorsi:

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wikimedia.org

Si tratta di uno dei pochi virus del suo genere in grado di infettare anche gli umani, assieme al Variola virus (VARV), responsabile del vaiolo umano, al Cowpox virus (CPX), responsabile del vaiolo bovino, e al Vaccinia virus (VACV), il virus in grado di indurre negli esseri umani sia l’immunità umorale che l’immunità cellulare al virus del vaiolo. Ciò nonostante, è stato comunque osservato che il Monkeypox virus non è né un antenato diretto, né un discendente diretto del virus variola, rispetto a cui causa eruzioni cutanee più lievi e ha un tasso di letalità decisamente inferiore.

Biologia

Caratteristica unica dei Poxviridae è quella di riprodursi nel citoplasma delle cellule infettate[4], dove la replicazione del DNA e la sua trascrizione avvengono grazie agli stessi enzimi virali e alla prevenzione dell’apoptosi esercitata dallo stesso virus. Alla fine della replicazione del DNA e della formazione delle sue proteine, il Monkeypox virus si autoassembla, passando rapidamente da una prima particella virale sferica, immatura, a un maturo virus intracellulare, e passa nell’apparato di Golgi dove acquisisce la membrana virale, uscendo infine all’esterno della cellula infettata tramite l’esocitosi[5]. La morte della cellula avviene per riduzione della trascrizione delle normali proteine cellulari, in quanto il meccanismo deputato alla loro sintesi veniva modificato dal virus per produrre le proprie.

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Morfologia

Il Monkeypox virus è un virus dotato di un pericapside di forma ovale vagamente rettangolare largo da 200 a 250 nm e con un diametro da 140 a 220 nm (una dimensione eccezionalmente grande per un virus, basti pensare che il Rhinovirus, responsabile del comune raffreddore, ha una dimensione di 20-30 nm) con tubuli superficiali caratteristici e un componente centrale, il capside, a forma di manubrio.[6] Proprio le proteine ​​virali menzionate in precedenza sono quelle che modulano la risposta immunitaria dell’ospite e, confrontando il genoma del virus del vaiolo delle scimmie con i genomi dei sopraccitati Variola virus e Vaccinia virus, sono state riscontrate differenze in molti di questi geni immunomodulatori, inclusi i geni che esprimono proteine ​​che influenzano le citochine come l’interleuchina-1, il fattore di necrosi tumorale e l’interferone, unitamente a differenze presenti anche nei geni che codificano per fattori di virulenza e proteine ​​​​dell’ospite. Le differenze genetiche tra il virus del vaiolo delle scimmie e quello umano ammontano a circa il 4% dei nucleotidi, per quanto riguarda la regione centrale del filamento, per aumentare poi nelle regioni più periferiche, dove sono più spesso presenti i geni legati alla virulenza. Differenze genetiche assommabili allo 0,55-0,56% dei nucleotidi sono state riscontrate anche tra i due già menzionati ceppi di virus del vaiolo delle scimmie che si trovano in due diverse regioni dell’Africa, e probabilmente proprio tali differenze spiegano le loro diverse virulenze.[7]

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Trasmissione

Identificato per la prima volta da Preben von Magnus a Copenaghen, in Danimarca, nel 1958 in alcuni macachi cinomolgo (Macaca fascicularis) usati come animali da laboratorio,[8] il Monkeypox virus può essere trasportato da diversi animali, inclusi i primati. Si ritiene ad esempio che l’epidemia scoppiata negli Stati Uniti d’America centro-occidentali nel 2003 risalga ad alcuni cani della prateria infettati da un ratto gigante del Gambia (Cricetomys gambianus) importato proprio da quello Stato.

Il virus si trova infatti principalmente nelle regioni della foresta pluviale tropicale dell’Africa occidentale e centrale, dove è tassonomicamente diviso in due cladi chiamati rispettivamente “occidentale africano” e “bacino del Congo”.[9] Proprio nei ceppi isolati in quest’ultima regione è stata inoltre osservata una maggiore virulenza.[1] La trasmissione può avvenire sia da animale a uomo che da uomo a uomo. L’infezione da animale a uomo può verificarsi tramite un morso di animale o per contatto diretto con i fluidi corporei di un animale infetto, mentre quella da uomo a uomo può avvenire sia attraverso la respirazione delle goccioline di saliva emesse da una persona infetto, che tramite il contatto con fomiti contaminati dai suoi fluidi corporei. Il periodo di incubazione della malattia è compreso tra 6 e 14 giorni, con alcuni casi di 21 giorni, mentre i sintomi prodromici includono gonfiore dei linfonodi, dolore muscolare, mal di testa e febbre, seguiti infine dell’emergere dell’eruzione cutanea.

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Epidemiologia

Dopo la sopraccitata scoperta del 1958, quando il virus fu scoperto in alcune scimmie, il Monkeypox virus è stato poi scoperto negli esseri umani nel 1970. Tra il 1970 e il 1986 sono stati segnalati oltre 400 casi nell’uomo e piccole epidemie virali, con un tasso di letalità nell’ordine del 10% e un tasso di attacco secondario da uomo a uomo all’incirca uguale, si verificano routinariamente nell’Africa centrale e occidentale equatoriale (l’ultima si è verificata dal settembre 2017 al maggio 2019 in Nigeria ed ha provocato 200 casi confermati con un tasso di mortalità di circa il 3%).[10] In ogni caso si ritiene che la principale via di infezione sia il contatto con animali infetti o con i loro fluidi corporei. La prima segnalazione di un focolaio negli Stati Uniti d’America si è verificata nel 2003 in diversi Stati degli Stati Uniti d’America medio-occidentali, con un’occorrenza anche nel New Jersey. Iniziata a maggio del 2003, l’epidemia si concluse infine nel luglio dello stesso anno con un centinaio di casi confermati e senza decessi. Il 29 aprile 2022, nel Regno Unito è stato segnalato un caso di infezione da Monkeypox virus in un cittadino britannico proveniente dalla Nigeria. A metà maggio, altri casi erano stati rilevati nell’area di Londra ma anche nell’Inghilterra nord-orientale, così come in altri paesi europei, tra cui il Portogallo, la Germania e l’Italia, ed extra-europei, come l’Australia.[12][13] Il “vaiolo delle scimmie“, dunque, è una malattia conosciuta almeno dagli anni ’70, non si tratta quindi dell’ennesimo fenomeno epidemiologico “improvviso”. Del vaiolo delle scimmie esiste da tempo anche un vaccino (differente da quello usato per il vaiolo) che andrebbe somministrato solo per i casi a rischio e su prescrizione medica. cittadini andrebbero informati in maniera corretta onde evitare fenomeni estremi e scoordinati causati da contenuti allarmistici (per non dire vere e proprie fake news cui effetti potrebbero persino rivelarsi più dannosi della malattia stessa). In caso di contagio, meglio rivolgersi al personale sanitario qualificato. Alcune delle bufale diffuse in rete:

  • Il vaiolo delle scimmie NON è eslcusivo dei primati: fu chiamato così poiché le scimmie furono i primi animali dai quali il virus fu prelevato, tuttavia, da allora l’agente patogeno è stato individuato in molteplici specie, umana compresa;
  • Il vaiolo delle scimmie non è un “fuoco di Sant’Antonio” (fenomeno causato invece dal virus herpes zoster) ma, come sottolineato, non è paragonabile al vaiolo umano. Negli esseri umani, questo virus provoca solitamente febbre ed irritazioni cutanee;
  • Nel Regno Unito, riporta il Daily Mail, si menzionano affermazioni prive di fondamento che parlerebbero di come sia possibile contrarre il virus mangiando carne. Questa falsa informazione deriverebbe da un malinterpretato avviso del servizio sanitario britannico inglese, che sul suo sito ha specificato che “potrebbe essere possibile contrarre il vaiolo delle scimmie mangiando carne di un animale infetto che non è stato cotto in maniera corretta”. 
  • Si tira in ballo ancora una volta il laboratorio cinese di Wuhan (già menzionato in più circostanze nell’ambito di una ipotetica fuga di coronavirus che avrebbe provocato la pandemia da Covid-19, argomento attualmente oggetto di dibattito ma che non vede conferme ufficiali) dove, curiosamente, lo scorso anno i ricercatori del Wuhan Institute of Virology hanno conndotto esperimenti proprio sul virus in questione. Tuttavia, non vi sono prove sul fatto che il virus sia fuggito dal laboratorio e pertanto, tale informazione non va interpretata in maniera differente da quelle che sono le informazioni ufficiali in possesso (in futuro si vedrà).

Note:

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Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Monkeypox_virus

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https://it.wikipedia.org/wiki/Poxviridae

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