Montagne di stracci: come i vestiti a basso costo che acquistiamo stanno inquinando fiumi e mari – i video degli approfondimenti che dovresti vedere per essere più consapevole

Fonte: Greenpeace Africa

La parola suona bene, ma la realtà che nasconde è un incubo che travolge pezzi di pianeta e sfrutta le persone che ci lavorano. Quel che agli inizi sembrava democratizzare la moda — rendere accessibili a tutti i capi di tendenza — si è trasformato in un modello produttivo distruttivo: il fast fashion. Il fast fashion è un sistema industriale progettato per produrre e vendere grandi volumi di abbigliamento a basso costo in tempi estremamente rapidi, replicando le passerelle dell’alta moda a ritmo frenetico. Per raggiungere questo scopo si ricorre a materiali economici e a filiere di produzione che spesso sfruttano la manodopera, comprimendo salari e diritti. Il risultato è una combinazione di impatti sociali ed ecologici che ormai non si possono più ignorare. A livello ambientale, la produzione massiva di capi usa risorse ingenti e genera inquinamento: dall’uso intensivo di acqua e pesticidi per le fibre naturali, ai processi chimici per tinture e finiture che avvelenano corsi d’acqua. Il comportamento dei consumatori peggiora il quadro: vestiti progettati per durare poco vengono indossati poche volte e poi scartati. Si stima che ogni anno vengano prodotti fino a 150 miliardi di capi — molti dei quali finiscono per diventare rifiuti in tempi brevissimi. Gran parte di questi rifiuti non resta nei paesi che li hanno prodotti. Dalle città occidentali partono balle di abiti usati che raggiungono nazioni più povere, tra cui il Ghana, dove ogni settimana arrivano milioni di indumenti. Qui i commercianti locali aprono le balle, selezionano ciò che è ancora vendibile o riutilizzabile e tentano di trasformare il resto in nuovo abbigliamento o materiali di recupero. La crudezza della situazione è catturata anche nel linguaggio: le balle di abiti vengono chiamate “i vestiti dell’uomo bianco morto”, perché è difficile accettare che persone in vita possano aver gettato così tanti indumenti nel corso della loro esistenza. Sull’argomento la tv italiana pubblica Rai ha diffuso anche un approfondimento televisivo:

Le conseguenze sul territorio sono visibili: montagne di stracci, discariche a cielo aperto e siti che si trasformano in fogne di plastica e tessuti in decomposizione. In molte comunità africane la gestione dei rifiuti tessili è insufficiente, e gli scarti contribuiscono all’inquinamento del suolo e delle acque, aggravando problemi sanitari ed economici. Il problema è complesso e coinvolge più attori: marchi che spingono per cicli produttivi sempre più rapidi, consumatori attratti da prezzi bassissimi e dal continuo ricambio del guardaroba, governi con politiche di gestione rifiuti spesso inadeguate e catene di approvvigionamento globali opache. Le possibili risposte richiedono interventi su più fronti: regolamentazioni più stringenti su produzione e smaltimento, maggiore trasparenza nelle filiere, investimenti in economia circolare, e soprattutto un cambiamento nelle abitudini di consumo verso moda più duratura, riparazione e riuso. Il reportage di chi ha osservato queste dinamiche da vicino racconta una verità scomoda: dietro un vestito economico spesso ci sono lavoratori sottopagati, condizioni di lavoro precarie e un impatto ambientale che ricade su popolazioni lontane dal luogo di acquisto. Limitare il danno significa ripensare la moda non solo come questione estetica, ma come responsabilità collettiva — dal produttore al singolo consumatore — per evitare che intere porzioni di mondo continuino a diventare discariche del nostro consumo usa e getta. Online sono disponibili anche altri reportage. Di seguito, riportiamo i link ad ulteriori filmati. Cominciamo con un video-approfondimento diffuso da Greenpeace Africa:

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Un video diffuso dalla Bbc:

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Un approfondimento in italiano a cura di Nova Lectio:

Anche le Nazioni Unite hanno diffuso un filmato per denunciare il fenomeno:

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Un ulteriore filmato:

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