A Sud delle Alpi se ne parla poco, ma la cozza quagga (Dreissena rostriformis bugensis) è già una presenza reale nelle acque dei nostri laghi. Avvistata fisicamente nel 2022 nel Lago di Garda, la specie è stata confermata anche nel Lago Maggiore e nel Lago di Lugano e si sta rapidamente diffondendo nei bacini del Nord Italia; una volta insediata, infatti, è praticamente impossibile estirparla completamente. Originaria del bacino del Dnieper (con sorgenti nelle colline Valdai e sbocco nel Mar Nero e nel Mar Caspio), la quagga è un bivalve d’acqua dolce o salmastra che raggiunge al massimo i 4 cm. Somiglia alla cozza zebrata ma si distingue per il guscio più chiaro verso l’estremità della cerniera e una dimensione generalmente maggiore. Filtrando fino a un litro d’acqua o più al giorno, rimuove fitoplancton, zooplancton e alghe, alterando così le reti trofiche locali. Il problema pratico è la sua capacità di formare estesi “tappeti” di biomassa — anche fino a 200 metri di profondità — aggrappandosi a tubature, infrastrutture portuali e manufatti subacquei. Nei laghi a Nord delle Alpi (Ginevra, Costanza, Lemano, Neuchâtel) i fondali sono ormai ricoperti da strati di cozze che hanno già causato ingenti danni economici: tubature di presa per acqua potabile o per usi termici vengono ostruite, con manutenzioni che costano milioni di euro. Nei laghi nordamericani la specie è presente dalla fine degli anni ’80 e in Europa si è diffusa successivamente con rapidità nota. La cozza quagga è anche una viaggiatrice efficiente:
può sopravvivere fino a 90 ore fuori dall’acqua, permettendo il trasporto accidentale da un lago all’altro attraverso imbarcazioni, zattere o attrezzature per sport acquatici. Questo ha contribuito alla sua espansione e, in casi come il Lago di Costanza, le quagge hanno persino soppiantato altre specie aliene precedentemente insediate, colonizzando rapidamente l’ambiente. Anche se tracce della specie sono già state trovate nei nostri laghi, queste misure non sono vane: ogni rallentamento della diffusione può ridurre la velocità e l’estensione dell’insediamento, limitando di conseguenza i danni ecologici ed economici. Azioni concrete e tempestive — monitoraggio sistematico, informazione agli utenti dei laghi, e procedure obbligatorie di decontaminazione per natanti e attrezzature — rappresentano la migliore opportunità per proteggere i nostri ecosistemi lacustri da un’invasione che, se trascurata, rischia di diventare irreversibile.
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